lunedì 1 ottobre 2018

Padova 30 settembre 2018: Costa, Mangini, Marchesini





Senza cane, niente uomo


Si è svolto ieri (30 settembre 2018) a Padova l’atteso incontro tra il sottoscritto e Roberto Marchesini sul tema “zooantropologia” e “cinometria caratteriale”.
Un incontro-confronto che in circa dieci anni fu boicottato per ben quattro volte in ogni modo possibile da quelle che Marchesini ed io abbiamo etichettato come “derive” dei rispettivi ambiti  d’appartenenza.
L’evento non aveva certo la pretesa, né il senso, di essere una brutta copia dell’incontro che si tenne alcuni anni fa tra il Prof. Marchesini ed una parte del  mondo degli addestratori, visto che in tanti anni di attività ho sempre e solo rappresentato me stesso, il mio modo di lavorare e le personali innovazioni cinotecniche introdotte da oltre un ventennio nel mondo del benessere animale, del comportamento canino e dell’addestramento.



Partendo da un centro culturale “sold out”, e con il prezioso contributo dell’etologo dott. Pierluca Costa in veste di moderatore, l’appuntamento è partito con il ringraziamento del Presidente Nazionale della Lega Italiana Diritti dell’Animale (L.I.D.A.) dott. Massimo Ramello, il quale ha sottolineato il trait d'union ed i veri punti d’incontro dei relatori inserendoli nel più ampio contesto del benessere animale.



Roberto Marchesini ha successivamente spiegato il suo pensiero e, soprattutto, declinato le basi dell’approccio cognitivo zooantropologico, distinguendolo in modo chiaro e netto dalle tante derive che negli ultimi quindici anni hanno creato confusione, semplicismo e degenerazione, arrivando a veri e propri scontri incivili che hanno diviso in tante piccole parti il comparto cinotecnico italiano; soprattutto in relazione agli strumenti educativi usati, e all’abuso di titoli cinofili mai concessi o ad individui espulsi dalla sua sigla.

Le prese di posizione e le prese di distanza del Prof. Marchesini, anche sul fronte delle terapie farmacologiche così tanto in voga al giorno d’oggi, hanno pertanto chiarito in modo inequivocabile il suo lavoro ed i reali contributi da lui stesso apportati allo studio del comportamento animale, all’etologia e alla relazione uomo-cane.
A conclusione del suo intervento Marchesini ha spiegato il ruolo dell’educatore cinofilo, ben diverso da quello al quale ci hanno abituato i social network, definendolo – nella sostanza - come una figura professionale deputata “all’educazione alla cinofilia a 360°” che non scade nel malcostume del “tuttologo”, né si propone di entrare nell’ambito delle discipline sportive per le quali – in ogni caso – egli stesso dovrebbe avere rispetto.



Io ho cominciato il mio intervento percorrendo, sotto il profilo storico, la cinofilia degli ultimi trent’anni, unitamente alle mie prime scoperte e alle applicazioni a queste collegate.

Dopo aver sottolineato il fatto che – a mio avviso – la cinofilia è una materia per pochi, ho esposto la cinometria caratteriale, partendo dalla definizione, e declinandola sul fronte della psicologia umana, canina, in relazione alle scienze sociali e attraverso i rapporti espressivi delle diverse morfo-funzionalità del cane (in sala erano presenti alcuni psicologi e psicoterapeuti), concludendo con la Carta Cinometrica Caratteriale  e le sue innumerevoli applicazioni in ambito addestrativo e relazionale.
Un punto importante del mio intervento iniziale è stato rivolto alla differenza che intercorre tra un animal trainer cinematografico ed un cinofilo per far comprendere il divario tra i due ambiti: da una parte gli obblighi vincolanti di Legge – particolarmente restrittivi in Italia - e di tutela del benessere animale sul set cinematografico, versus un vuoto legislativo nel quale sguazza l’anarchia, l'autoreferenzialità e l’evasione fiscale.
Gli interessanti intermezzi del dott. Pierluca Costa hanno dato ulteriori spunti e significativi contributi che hanno stimolato me ed il Prof. Marchesini ad approfondire alcuni aspetti delle nostre rispettive esposizioni.
A conclusione del dibattito, sia il Prof. Marchesini che il sottoscritto hanno risposto alle domande del pubblico.



Da uomo di cani quale ritengo di essere, nel pomeriggio ho mostrato le applicazioni della cinometria caratteriale c/o il centro cinofilo Black Dogs Cinofilia con una ventina di cani presenti, tra i quali si annoveravano fobici, aggressivi e cani normodotati.



Cosa è uscito da questo dibattito?

In realtà non più di quanto io e Roberto Marchesini sapessimo già da oltre un decennio. La cinometria caratteriale si basa nei suoi costrutti teorici su una “zooantropologia ante litteram” tenendone profondamente conto nelle sue parti applicative ed apprezzando in maniera vincolante i concetti di reciprocità, soggettività e di alterità della moderna zooantropologia.
E’ stato pertanto un incontro più che un confronto, il quale c’è peraltro sempre stato tra noi. E ben al di là delle derive terze e delle strumentalizzazioni che si sono venute a creare nostro malgrado negli anni.
Un dialogo posto sullo stesso piano etologico e culturale con l’intento di replicarlo in altre zone d’Italia, al fine di portare la chiarezza dei due approcci ad un pubblico più vasto.







La perfetta organizzazione curata dal Black Dogs Cinofilia di Padova – sia c/o il centro congressi che in campo - ha permesso che tutto filasse liscio e fosse entusiasmante.

Ringrazio dal profondo del cuore il numeroso pubblico giunto da ogni parte d’Italia, Roberto Marchesini e Pierluca Costa per questa  splendida occasione di dialogo tra le parti, con l’augurio sincero che questo incontro abbia fatto chiarezza e possa essere d’esempio nel panorama cinofilo italiano.

Claudio

mercoledì 8 agosto 2018

Il piccolo Principe: quando tutto rporta





Il titolo di questo articolo non ha un verbo sbagliato.
Nel dialetto marchigiano “rportare” significa “quadrare” – tutto rporta; tutto quadra.
Ma cosa c’entra il dialetto marchigiano con il racconto di Antoine de Saint-Exupéry?
E, soprattutto, cosa c’entra tutto questo con la cinofilia?

Del mio primo seminario, tenuto ormai oltre quindici anni fa, ho un ricordo preciso, a parte il luogo dove si svolse e la mia incredulità dovuta al fatto che fossi stato chiamato a parlar di cani da qualcuno che non conoscevo.
In quella sede, dopo che mi avevano presentato, esordii con una frase che ammutolì i presenti:

<<L’essenziale è invisibile agli occhi>>

La Cinometria Caratteriale aveva già compiuto una decina d’anni, e con lei, il Meccanismo dei Cani Tutor, il quale era già stato setacciato dal mondo della ricerca scientifica.
Il pubblico venne sostanzialmente per queste due novità e per osservare da vicino il mio  modo di lavorare con i cani, ma restarono particolarmente colpiti dalla lezione - mi si passi il termine – “a titolo di prefazione” che tenni sul racconto “Il piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry, dal quale il sintagma è tratto.
Restai così colpito dall’interesse suscitato che ancora oggi, sia con i miei allievi che nei miei seminari, piuttosto che in teatro, lo ripropongo sempre volentieri.

Per far comprendere al meglio la serie di parallelismi che di lì a poco avrei snocciolato, declinai brevemente le mie origini e un piccolo spaccato della mia vita.
Tutti sapevano più o meno che arrivavo dalle Marche, che avevo metà sangue nord-europeo, che sono cresciuto tra Milano e la  Maremma, e che  amo indossare il kilt.
Pochi però conoscevano il motivo per cui scelsi proprio l’appennino marchigiano per vivere, pur non avendo apparentemente nulla a che spartire con quella terra.



Al di là della casualità degli eventi che mi ci condussero, e la biodiversità che ogni etologo o naturalista vorrebbe avere a portata di mano, decisi di restarci perché qualcosa di non conosciuto, di nascosto, quanto di magnetico, si impresse in me nel momento in cui mi trovai di fronte al Monte Sibilla – o “La Sibilla” - come confidenzialmente la chiamo .

Si sa: la montagna – per René Daumal – è “la porta visibile dell’invisibile” - “il legame tra la terra ed il cielo”, e per tentare dunque un’esplorazione di tipo filosofico de “Il piccolo Principe”, decisi di partire dalla tradizione dei Monti Sibillini e degli esseri fatati che lo abitano: i “Mazzamurelli”.



Da secoli, coloro che abitano queste terre sono certi di una cosa quando vedono i cavalli lasciati liberi al pascolo tornare di sera con le criniere intrecciate: a pettinarli così sono stati alcuni esseri fatati.
La tradizione popolare sibillinica raccomanda vivamente di non strecciare in nessun caso i ricami che si scoprono tra le criniere, perché si attirerebbero su di sé le ire e i dispetti malefici dei Mazzamurelli.

In realtà, dentro questa credenza – come nel racconto di Saint-Exupéry - è celato qualcosa di molto più profondo: una visione ben precisa della realtà.
Ed ecco il dato filosofico.
Quando si dice che “nello scoprire le criniere dei cavalli intrecciati noi percepiamo la presenza degli esseri fatati” è come se la tradizione popolare riconoscesse all’interno della realtà qualcosa che non si mostra in evidenza; qualcosa che non si porge ai cinque sensi: qualcosa di invisibile agli occhi.
Gli essere fatati della tradizione dei Monti Sibillini – che non a caso si chiamano così - ci raccontano che essi esistono, pur non apparendo. Ed ecco per cui le criniere dei cavalli non debbano essere strecciate.
In sostanza, fuori dalla metafora ci dicono che la realtà non si esaurisce con l’esperienza empirica.



L’essenziale è invisibile agli occhi” non è dunque solo la citazione di uno dei più grandi testi di filosofia del 900, ma la sorgente – la base - del mio lavoro con gli animali.
Sotto la superficie del racconto trovate Jung e de Saint-Exupéry in una mirabile sintesi. Trovate gli archetipi,  il profondo, l’inconscio, il “genius loci” (lo spirito di un luogo, e quindi della cultura che lo abita e che ha prodotto le razze secondo una funzione tipica del luogo e del contesto); i “significati” ed i “significanti” (tanto cari al mio Maestro Carmelo Bene), passando per le facoltà gnoseologiche di Lorenz, estendendosi a Shakespeare in un lunghissimo e articolato legame.

Tornando al racconto di Antoine de Saint-Exupéry, uno dei due grandi segreti che la volpe rivela al piccolo Principe prima di andarsene è infatti <<Non si conoscono che le cose che si addomesticano>> e sono proprio queste cose di cui bisogna avere cura.
Da qui la ricerca filosofica del termine “domestico” – da “domus” – casa. Del “fidarsi” e “affidarsi”. Del “non poter fare a meno”.
Dalla casa, alla famiglia, al legame, alla fiducia, all’affidarsi, al concetto di cura: il passo è breve quanto conseguente.
Un legame, quello dell’addomesticare, che diventa “pericoloso” e a doppio taglio a causa della forza emotiva impressa e sigillata dall’inevitabile “prendersi cura” (“keepers” – come veniamo chiamati in animal training) che la domesticazione chiede in cambio.

Eccoci così giunti filologicamente a Piero Scanziani e al concetto di coevoluzione (Senza cane, niente uomo), molto vicino ai concetti gnoseologici di base descritti da Lorenz ne "L'altra faccia dello specchio".

Tutto torna. Tutto rporta. E scandaglia le parti più profonde del pensiero. Un termine – “pensiero” – che fino a pochi anni fa era riservato solo alla specie umana.
Il sintagma (“l’essenziale è invisibile agli occhi”) invita quindi a vedere le cose in un modo più profondo, al di fuori della portata dei nostri cinque sensi e dell’esperienza empirica in sé.
Infatti, il secondo segreto rivelato dalla volpe è proprio <<Non si vede bene che con il cuore>> - ma per comprendere questo pensiero, ed il termine “cuore”,  dobbiamo partire proprio dalla gnoseologia che vuole discernere, e separare, la fantasia dalla realtà.
La visione illuminista, tanto cara ai cinofili abituati ad osservare la superficie secondo un approccio – appunto - illuminista (i cinque sensi che determinano la percezione delle cose viziando così l’osservazione), considera quell’invisibile come qualcosa di fantastico; frutto di fantasia.
Ma cos’è la fantasia secondo de Saint-Exupéry? Quanto c’è del mito Junghiano nella fantasia?
In realtà, tutto dipende da cosa intendiamo con il termine “reale”.

Se intendiamo la realtà come la testimonianza dei nostri cinque sensi (quindi del nostro corpo), significa che la fantasia è una menzogna; una mera astrazione.
Ma nel momento in cui ci poniamo però dal punto di vista della volpe (ecco il vero senso dell’alterità e dell’empatia), la fantasia non è più una menzogna, ma si trasforma in una facoltà gnoseologica – un modo più profondo di conoscere le cose, al di là del visibile - perché rappresenta un passo oltre, verso quell’essenziale che gli occhi non vedono.
Ed ecco che la fantasia cambia il suo statuto, così come la realtà cambia il nostro concetto di fantasia.

<<...ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica>>

La volpe non è quindi più l’elemento zoomorfico di una fiaba o di un mito, ma la protagonista di una nascente relazione che lei stessa vuole.
E’ proprio la volpe a chiedere al piccolo Principe di essere addomesticata; di vedere al di là del propri sensi e della propria esperienza empirica.
La volpe vuole scoprire cosa c’è al di là del proprio istinto e dentro il mondo dell’inter-specie, usando l’animo puro di un bambino: quella stessa porta sicura che media tra il proprio mondo e il non conosciuto.

Nell’osservazione e nella relazione con gli animali possiamo quindi approcciarci secondo un approccio illuministico, o secondo quello del “oltre” – chiamato “inconscio” o “profondo” del quale Freud, e l’eretico Jung, sono i padri.

“Il piccolo Principe” è in realtà un “dramma etologico”.
Dramma,  a causa del legame riportato al valore della perdita attraverso la facoltà gnoseologica del cambiamento; etologico perché sottolinea quanto la realtà non si esaurisca con l’esperienza empirica, ma vada alla costante ricerca di quel “al di là della percezione sensoriale”: la stessa che permette al naturalista di osservare ciò che è invisibile agli occhi della gente comune, partendo proprio dal senso di alterità e del mettersi nei panni dell’altro (empatia) senza alcun filtro percettivo che lo vizi di fondo.
Saper “percepire”, significa “distaccarsi dal manuale cinofilo  quanto basti per andare oltre”, così come “non visibile” non significa “meno reale”, ma “reale celatamente”: il volto nascosto delle cose e del mondo.

Quando ci immergiamo nelle leggende dei Monti Sibillini, non ci troviamo di fronte alla mera tradizione orale di un popolo analfabeta che si raccontava davanti al fuoco, ma all’equazione <<i miti e le fiabe stanno a una civiltà (Jung) come i sogni stanno al singolo soggetto (Freud)>>.
Questo è ciò che si definisce in senso sociale “l’inconscio di una civiltà”; l’essenza culturale di un popolo.
Perché se è vero che l’essenziale è invisibile agli occhi, e che quindi la fantasia rappresenta la modalità gnoseologica – il modo di conoscere la realtà oltre il velo dell’apparenza – ecco che le creature fantastiche diventano l’espressione, la modalità, attraverso cui questo essenziale ci si rivela: sono le tracce, i segni dell’invisibile.
Per fare un esempio, la fotografia rappresenta il segno di quanto ci appare, e noi – soprattutto oggi - siamo bombardati di immagini costruite ad arte, ed in grado di richiamare valori profondi che stimolano l’Io (ego freudiano) a mediare più di quanto già non faccia tra l’istintualità dell’Es e i divieti del super-io.
Cosa si celi sotto una fotografia ben congeniata, lo percepisce il nostro lato più vulnerabile quanto ingestibile sotto il profilo logico: quello inafferrabile e non visibile, ma non per questo assente.

L’identità di un popolo, nel corso della sua evoluzione, ha creato  famiglie, gruppi, condivisione, lingue, e poi dialetti (il genius loci descritto sopra). Così come ha creato i propri strumenti partendo dal contesto ambientale che obbligò in qualche modo a costruire, in senso antropologico, le necessità per sopravvivere.
Accogliere oggi queste istanze, seppure non si faccia oggettivamente parte di quello specifico contesto culturale, significa avere un senso di appartenenza: uno dei caposaldi della psicologia umana. Che sia per diritto di nascita, o che sia per scelta.

Se noi prendiamo tutti i trattati antropologici dei Monti Sibillini, troviamo questo mantra (“non strecciare le criniere dei cavalli”) ed apriamo al contempo la più famosa storia d’amore di tutti i tempi (Romeo e Giulietta – di William Shakespeare), ed in particolare la penultima scena del primo atto, Mercuzio dice a Romeo <<Mab (la Regina delle Fate) è quella fattucchiera che di notte intreccia le criniere dei cavalli e fortunati saranno coloro che le strecceranno>>.
La cosa che in questo parallelo deve far riflettere è che nessun antico abitante dei Sibillini poteva conoscere Shakespeare, e l’argomento può quindi essere trattato solo come un archetipo Junghiano che ritorna nelle diverse civiltà.
Lo psichiatra svizzero si accorse che diversi pazienti, peraltro in maggioranza analfabeti, citavano in modo preciso passi di antiche mitologie, e <<quindi – diceva Jung – dovevano andare a pescare in qualche fonte alla quale tutti noi attingiamo e apparteniamo>>.
Jung chiamò questo fenomeno “inconscio collettivo”, lo stesso che in ogni angolo della terra, tra le culture più disparate, ci fa percepire - come una sorta di archetipo - il cane.
Ad ogni latitudine il cane rappresenta se stesso nei confronti dell’uomo che l’ha addomesticato, ma pochi uomini riconoscono il cane in quanto tale.

Il cane si svincola pertanto dai cardini della moderna zooantropologia inserendosi nell’archetipo, esattamente come quella volpe confidente che invita il piccolo Principe alla domesticazione; all’interno di un “non tempo” e un “non spazio”.
Ciò che noi consideriamo superficialmente stereotipo si trasforma in qualcosa di molto più ancestrale e profondo. Qualcosa di facente parte dell’umanità stessa: un’umanità che, con l’andare dei secoli, ha ulteriormente selezionato il frutto di quella domesticazione richiamandone a livello inconscio – ogni volta – la testimonianza iniziale.
Quando nella nostra vita arriva un cucciolo, arriva una  domesticazione. Un’alterità che vuole farsi scoprire e che condizionerà la nostra vita, e così come l’ultima gioia di un Argo morente fu quella di veder tornare il suo Odisseo dopo tanti anni, la volpe riconoscerà i passi del piccolo Principe dagli altri passi.

<< …conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica>>.


(Odisseo e Argo morente)

La natura del contrasto: se non conosciamo il dolore nelle sue differenti forme, non  riusciremo ad apprezzare i sentimenti e le sensazioni che ci piacciono.
“Il piccolo Principe” è un racconto agli antipodi: da una parte la feroce attualità del “rasoio di Occam”, dall’altra l’invito di Antoine de Saint-Exupéry.
Il neoplatonico Nicola Cusano, cardinale e raffinato pensatore rinascimentale, definì l’incontro dell’uomo con il mistero insondabile del reale, come un rapporto tra la mente umana, strutturata secondo un principio di non-contraddizione, ed il limite della comprensibilità in cui gli opposti coincidono: limite oltre il quale la mente intuisce, proprio nel non poterlo comprendere, l’Uno infinito che non è altro rispetto a nessuna cosa finita, e che dunque non può essere concettualizzato nell’attività comparativa della ragione.
Nella volontà della volpe c’è la domesticazione, ma tentare di spiegare il legame - ognuno unico e irripetibile - è come tentare di spiegare l’amore.
L’attuale tentativo di omologazione delle masse cinofile nasce proprio dall'opposizione a questo fondamento. Traendo linfa dallo stereotipo e dall’inganno della moda, l’essenza si nasconde, e con lei, il desiderio puro e spontaneo della volpe descritta da Antoine de Saint-Exupéry.

Accanto alla mia tenuta gli archeologi trovarono la tomba di un guerriero celtico (i resti ed il corredo funebre sono conservati nel museo di Ancona), e semmai avessi avuto bisogno di ulteriori indizi sull’inspiegabile  mio arrivo in questa terra potrei dire “tutto rporta”. Come rporta la naturale - e quindi invisibile - predisposizione personale nel lavoro con gli animali.
Ogni volta è uno stupore. Lo stesso stupore del piccolo Principe e un non tempo che avanza pur mantenendomi giovane sotto la fotografia delle rughe.
Ed è proprio dentro questa luce, che niente mai di così invisibile agli occhi, diventa reale.


Claudio Mangini


sabato 17 marzo 2018

Definizione di "cane tutor"







Molti lettori mi chiedono se esista, o meno, una definizione di “cane tutor”, visto che in rete (mea culpa) non si trova.





Definizione e obbiettivi


<<Il cane tutor è un soggetto in grado di reimpostare corretti pattern comportamentali ad un conspecifico (definito “cane paziente”) muovendosi secondo le indicazioni del conduttore, il quale lavora all’interno di un programma preciso (definito “meccanismo”) che mira all’elicitazione delle risorse endogene del cane paziente, rispecchiando in ogni sua forma il modulo formativo E.R.A.© ed i connotati vincolanti della Carta Cinometrica Caratteriale.
L’area di interesse di questo meccanismo - e quindi anche dei cani tutor - è inserita nell’ambito dell’aggressività intraspecifica, interspecifica, delle fobie sociali, ambientali, ed ha come obbiettivo il significativo cambiamento delle rappresentazioni mentali del cane paziente con conseguente ripristino di corretti pattern comportamentali di risposta autonomi di fronte a stimoli intraspecifici, interspecifici ed ambientali>>


Il Meccanismo dei Cani Tutor (così si chiama, e così è stato registrato) nasce intorno al 1994 come primo sviluppo e prima applicazione della Cinometria Caratteriale (1992), ma per la sua storia – con alcune curiosità legate alla sua genesi – scriverò un articolo a parte.
PS: il Meccanismo dei Cani Tutor è tutelato in ogni sua parte dalla Legge Italiana e, per sua estensione internazionale, alla Legge Tedesca.
La E.R.A. srl, di cui Claudio Mangini è l'Amministratore delegato, detiene ogni diritto in merito all'uso dello stesso in ogni suo aspetto.
E' vietata pertanto ogni forma di plagio e di uso improprio, se non specificatamente autorizzato.
Gli Operatori Cinotecnici di Cani Tutor E.R.A. possiedono i requisiti necessari per il suo uso.
Gli utenti sono quindi invitati a chiedere via mail - claudiomangini@yahoo.it - informazioni sui centri cinofili che reclamizzano il Meccanismo dei Cani Tutor per verificarne la veridicità.


In sintesi cosa non è 





La Carta Cinometrica Caratteriale



Claudio Mangini

martedì 23 maggio 2017

Occidentali's Karma

Una mattina 
trovai nella cassetta della posta 
questa lettera anonima.
La condivido con voi


Claudio 






Un tizio vide una cosa, ebbe un’intuizione e cominciò a lavorarci su.
Voleva capire se quell'idea avesse fondamenta valide e applicazioni possibili.
Studiò una vita. Provò, riprovò; investendo energie, tempo, soldi. Tanti soldi.
Ci passò un'esistenza intera per quell’ideale, e cominciò a vedere dei risultati che lo obbligarono ad approfondire, a perfezionare, ad elaborare, senza capire che agli altri - della sua vita - non importava nulla.



Dopo tanti anni e prove, le sue conclusioni arrivarono tra i ricercatori e gli uomini di scienza, scoprendo che non solo aveva visto giusto e salvato molte vite, ma di aver aperto una strada mai percorsa fino ad allora.



Chi lo osservava in silenzio non gli diede del folle, ma lo percepì come un pericolo: una mina pronta ad esplodere in un sistema ormai ben oleato, fatto di interessi già destinati e spartiti.

Figure losche che si prestavano al sistema, dal quale traevano sostentamento e fama, dissero che quello era un tipo strano, un tipo dal quale stare alla larga. E lo fecero perché pensarono di poterlo isolare. Dal silenzio, in fondo, nessuna voce.



Lui se ne fregò. Il suo interesse non era il loro. 
Dove altri avevano visto soldi e gloria, lui aveva visto una via da raccontare a tutti, affinché potesse un giorno essere percorsa ed esplorata più a fondo.

Morì solo con i suoi segreti a 1.800 metri di altitudine, in una capanna che si era costruito con le sue mani, nella terra che aveva scelto.


La strada non fu mai ritrovata, ma solo tracce di un sentiero che si interrompevano qua e là; enigmatiche abbastanza per essere dimenticate in fretta.
Chi la cercò molti anni dopo, colto dalla stessa intuizione, venne tacciato di esoterismo e messo alla berlina.

Con la benedizione del popolo, gli interessi tornarono quindi al loro posto e nelle loro ripartizioni.


Occidentali's Karma

giovedì 2 febbraio 2017

Siccome non possiamo uccidere i lupi, allora uccidiamo “Balto"




<<Siccome non possiamo uccidere i lupi, allora uccidiamo “Balto” – L’importante è uccidere un simbolo per dare il contentino a qualcuno>>.


Tutti noi teniamo alla purezza del lupo e al mantenimento del suo DNA, ma dobbiamo ricordarci che i fenomeni di ibridazione sono sempre esistiti, e continueranno ad esistere in proporzione alla crescita della specie selvatica e – soprattutto - alla mancata custodia dei cani (vaganti, randagi, da caccia, di famiglia).


(ibrido cane-lupo catturato a Stribugliano - provincia di Grosseto)


Seppure l’ibridazione s
ia un problema che vada in qualche modo affrontato, bisogna anche considerare che essa non rappresenta, almeno sotto il profilo numerico, un aspetto così significativo.
Volendo “spaccare il capello in quattro”, ancor più precisamente, va detto che non si sa nulla della reale ibridazione antropogenica tra lupo e cane dopo quasi cinquant’anni di ricerche e milioni di euro spesi per progetti comunitari.



(ibrido cane-lupo catturato in Molise)



In prima istanza, quindi, il problema andrebbe ridimensionato e visto con occhi più oggettivi, cominciando a fare luce su alcuni progetti per i quali sono andati via fiumi di denaro pubblico e che non hanno dato alcuna risposta o risultato convincente.
Successivamente, sempre in materia di “ibridi”, chiediamo a chi di dovere che fine abbiano fatto gli ibridi di lupo catturati in Maremma e del quale non si è più saputo nulla, a parte il fatto che alcuni di loro siano morti dopo la cattura.
Motivo del decesso? Circostanze? Erano in custodia a chi? Stiamo parlando di cuccioli.

Oggi pomeriggio sapremo il destino del lupo in Italia (almeno sotto il profilo formale ed Istituzionale), ma alcuni ricercatori attaccati ai carrozzoni politici stanno già spostando la questione sugli ibridi di lupo facendola passare per un’emergenza nazionale.

Spiace notare, però, che al momento non siano contemplate:
- inasprimento delle sanzioni per il bracconaggio (che alla fine resta impunito e si traduce in una sanzione amministrativa – multa - in caso di condanna…e dopo anni),
- una legislazione seria e soprattutto chiara in materia di ibridi (dove devono finire una volta catturati; perché levatevi dalla testa che debbano essere abbattuti).


02.02.2017
Claudio Mangini
Lega Italiana Diritti dell’Animale (L.I.D.A.)
WolfEmergency

mercoledì 1 febbraio 2017

Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia – riflessioni e nostra posizione



Claudio Mangini

- Lega Italiana Diritti dell’Animale (L.I.D.A.)
- WolfEmergency


Oggetto: “Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia” – riflessioni e nostra posizione.


Documento 1

(fonte)


- Che il “Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia” sia pieno di falle e stilato in maniera piuttosto superficiale, è un fatto.

Molti organi Istituzionali dicono “no” davanti all’inevitabile – e prevedibile - protesta dell’opinione pubblica, seppure il documento sia il frutto di un lavoro fatto a più mani da professionisti del settore  che vengono definiti “esperti”.
Nel vortice delle polemiche – più “di pancia” che riferite ai contenuti - nessuno ha sottolineato la totale inaffidabilità del documento stesso in materia di cani.

Nella nostra azione di contrasto e di forte dissenso nei confronti del documento, abbiamo pertanto  deciso di spostare l’attenzione proprio sul terreno dei contenuti, individuando velocemente una serie di criticità che non potrebbe permettersi nemmeno il neofita ai primi giorni di un qualunque corso per educatori cinofili.
Riteniamo che se questa è la cultura cinofila espressa da sedicenti esperti, dai quali dipende peraltro la vita e la morte di animali appartenenti ad un specie rigidamente protetta da oltre quarant’anni, per effetto di una proiezione realistica, siamo molto scettici sull’affidabilità dei contenuti riferiti al lupo.

Ecco uno stralcio


III.2. Azioni per prevenire la presenza di cani vaganti e l'ibridazione lupocane (pagina 29 del documento).


Azione 2.4: Controllo della diffusione e gestione delle razze canine ibridogenetiche.

Nelle ultime decadi, è aumentata in Italia la diffusione di ibridi cane-lupo e razze canine derivate da simili incroci. Alcune di queste razze hanno anche ottenuto riconoscimento formale dalle organizzazioni preposte (es. ENCI) e sono sempre più popolari, come ad esempio il cane lupo cecoslovacco e il cane lupo di Saarloos. In molti Paesi, queste razze sono vietate al commercio e detenzione, ma in Italia manca una specifica regolamentazione. La necessità di riportare questo fenomeno sotto controllo risiede nei casi molto frequenti di ibridi non controllati che sfuggono all’ambiente domestico e sono causa di danni al bestiame e ibridazione con il lupo. 

Priorità: alta
Tempi: entro 24 mesi dall’adozione del piano
Responsabili: Min. Salute, MATTM, MIPAAF
Programma: emanazione di nuove regole e norme per la detenzione e il commercio delle razze ibridogenetiche, anche valutando la loro messa al bando come animali da compagnia.
Programma di informazione sulla pericolosità potenziale e reale di queste razze.

Legenda:

- MATTM (Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare)
- MIPAAF (Ministero delle Politiche Agrarie, Alimentari e Forestali)
  



 (Cane Lupo Cecoslovacco - foto dal web)


(Cane Lupo di Saarloos - foto dal web)



Ho sempre espresso la mia opinione in merito ai cosiddetti “amanti dei lupi”, dipingendone la maggior parte come veri e propri nemici del lupo; a partire da alcuni ricercatori, fino a molti  proprietari delle razze qui indicate che - sotto il profilo dell’informazione - hanno fatto nel tempo più danni del documento in oggetto.
Come da tradizione, anche questa volta nessun proprietario, Club, allevatore o specialista di razza, è intervenuto sulla questione “Cane Lupo Cecoslovacco” o “Cane Lupo di Saarloos”; razze di cani che nel Piano Lupo vengono descritte in modo completamente sbagliato, se non ridicolo.
Per inciso, non è assolutamente vero che <<…in molti Paesi, queste razze sono vietate al commercio e detenzione…>>, esattamente come non ha alcun fondamento il fatto che << …in Italia manchi una specifica regolamentazione>>.
Sono cani, peraltro di razze iscritte ENCI/FCI, e come tali seguono la regolamentazione di ogni altra razza.
Ci sono allevamenti con affisso in tutto il mondo di questi magnifici cani; soprattutto in Europa (Italia compresa), e diversi soggetti che si distinguono costantemente in Protezione Civile ed in altre discipline di utilità sociale.
A parte la Norvegia, Patria di una cinofilia che non ha niente da insegnare a nessuno, chiedo a questi “esperti” quali siano i “molti Paesi” – almeno dei 28 dell’Unione Europea - nei quali sarebbe <<vietato il loro commercio e la loro detenzione>>.

Per concludere, essendoci un serio rischio, nel caso in cui il Piano Lupo fosse definitivamente approvato, che queste due razze di cani (non si capisce il motivo per cui il Cane Lupo Italiano non rientri nel documento) possano subire un grave danno anche informativo e di interpretazione etologica, auspico che i Club di razza prendano seri provvedimenti al fine di tutelare le razze impropriamente descritte in questo documento.
Una volta che il “Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia” sarà decaduto, dovremmo chiederci cosa ne faremo di questi esperti, dei loro affiliati e dei loro collaboratori.
Li lasceremo agire indisturbati su altri fronti? Continueremo a sostenerli con fondi pubblici?
A voi, cari lettori, le opportune risposte.


Claudio Mangini


giovedì 5 gennaio 2017

Nuovo uomo, nuovo cane: istruzioni per l'uso






Ciò che affligge i cani moderni non è altro che una delle conseguenze evolutive di più comuni  fattori antropici.
Morte le campagne, abbandonata l’agricoltura tradizionale, e quasi del tutto estinta la  ruralità, ecco l’entrata in scena del “nuovo cane”, accanto al suo “nuovo uomo”: quello che è capace di andare su Marte, lasciando però a casa i suoi problemi irrisolti, le guerre, la fame, l’odio, le divisioni, le religioni belligeranti, le dittature e lo sterminio.
Niente più guardia agli armenti, niente più caccia per sopravvivere, niente più conduzione di pecore, niente più slitte da trainare. Niente più di niente; se non di quel moto in cui faticosamente arranchiamo nella corsa al ribasso della vita.
L’occhio al passato è tappato come quello di Moshe Dayan o di Capitan Uncino, per far finta di non vedere, o vedere a metà. Fosse mai che qualcuno giudicasse la non aderenza al nuovo sistema.
La paura del giudizio equivale all’impersonalità.
Quei cani d’un tempo non avevano bisogno di bocconcini per essere centrati sui pastori, non avevano bisogno di mangiare vegano andando contro ogni buon senso, né di copertine per avere una “base sicura”. Non avevano bisogno di un kong per ottenere delle competenze, né di una pettorina o di un guinzaglio per seguire i loro proprietari.
Non avevano bisogno di Prozac perché non conoscevano l’ansia, né la nuova depressione decisa dal marketing moderno, e non avevano bisogno delle classi di comunicazione per imparare a stare con gli altri.
Chi sostiene che quei cani fossero sfortunati, significa che non ha mai vissuto. E chi non ha mai vissuto, non ha diritto di parola.




Eppure, qualcosa di quel mondo poco lontano sopravvive. Da qualche parte, là tra gli appennini, o in una vecchia cascina che ancora parla il dialetto locale e rifugge il linguaggio pseudo-accademico della new age cinofila, fatta di copia/incolla con lo sputo e citazioni estrapolate nemmeno per intero.
Non ho un Iphone e non ho un telefono con le applicazioni. Non ho un sito che mi identifichi tra quegli “Uno, nessuno e centomila”. Me ne fotto del sistema e del superfluo tecnologico. A volte anche di me stesso.
Torno sui miei monti, tra la mia gente e la mitopoiesi della Sibilla; la stessa da cui l’arroganza culturale ha preso le distanze.
La Sibilla: l’unica forza che mi portò qui senza che ne conoscessi all’epoca il valore, né il motivo; ma alla quale detti poi un senso profondo e compiuto che andava ben oltre la mitopoiesi.



Porterò con me i cani, forse gli unici esseri viventi in grado di capire l’accettazione di un assunto che diventa evergreen ogni volta che si parla di loro.
<<La vita in montagna è dura>> disse un anziano vedendomi affaccendato nel trasloco.
Mentre tutti se ne andavano, voltando le spalle a quell’amnios avvolgente che ogni sangue porta in se, io arrivavo per rinascere.
D’altra parte mi aveva già rodato la Maremma; quella amara, della fatica e da coltivare.
Quella che ti leva il sangue e provoca sudore. Quella delle zanzare, delle bestemmie e dei tafani, ma anche quella delle chiavi nella porta che invitavano il disatteso ad entrare senza remore.



Sono stufo del pietismo dilagante quando si parla di cani, di chi crede che l’uomo sia ossessionato dall’obbedienza e dal controllo, quando i numeri parlano da soli: milioni di cani in Italia che fanno semplice compagnia contro una percentuale che non supera l’uno per mille di chi li vede ancora ausiliari di un qualcosa che è stato sconfitto.
Sconfitto chi? E da chi?
Da un gigante chiamato denaro e dalla sorella – circonvenzione di incapaci -  mentre i cinofili erano lì a ridere con la fionda giocattolo sperando di strappare un David di Michelangelo alla storia.
Siamo sicuri?
No.
Chi è stato sconfitto è quel cane di un tempo; il cane stesso.



Sconfitto da chi inneggia allo sterminio del genere umano guardandosi bene di fare harakiri per primo.
Sconfitto da un mondo che paradossalmente proprio oggi, più che mai, orbita intorno all’uomo, profondamente diverso da quello di un tempo recente in cui l’uomo ne faceva solo parte.
E lo si vede ancora oggi dopo che il terremoto ha raso al suolo interi villaggi lasciando i fantasmi a banchettare tra loro.
Lì (qui) c’è la voglia di ricominciare, ma di starsene per i fatti propri. Esattamente come me.

Quindi, cari allevatori di cani, il problema è solamente vostro.
Dovete produrre animali senza anima antica, senza carattere, senza bisogni se non quelli di ammazzare la solitudine umana, e con caratteristiche definite oggi – e solo oggi – “lecite”. Possibilmente in scala pantone, cosicché possano fare  pendant con l’arredamento dei vostri nuovi clienti.
Quel cane di un tempo non è più desiderato. E’ sgradito.
Sgradito il suo latrato, il suo abbaio, il suo bisogno costante di stare al fianco dell’uomo. Sgradito il suo temperamento e ogni sua vocazione elettiva.
Se potete, selezionateli senza l’organo di Jacobson, così scomodo a chi produce diplomi sulla base delle posture e della vista canina. E, fra che ci siete, eliminate anche quelle fastidiose vibrisse ed il pelo lungo che mal si sposa con i cappottini à la page.



Chi doveva portare luce, ha portato smarrimento, confusione. E quindi specializzatevi secondo le direttive antropocentriche di quelli che inneggiano all’anti antropocentrismo. Ma solo a quelle!
Create spazi per la libertà dei cani trovando un accordo con le Istituzioni, perché oggi la libertà di questi animali non è rappresentata dallo stare insieme all’uomo e collaborare con lui, ma da un Regno Anarchico dove l’ozio e le minzioni rappresentano il massimo dell’intellettualità canina.
E fuggite dal passato: annientatelo.

Datevi da fare allevatori: il nuovo uomo ha bisogno di un nuovo cane da postare su facebook.
Fatevi i selfie, sputate su Lewin, su Lorenz, sull’etologia e sulle scienze sociali. Sputate pure su Jung, su Murrell e su tutto ciò che antecede l’epoca dei social e della web economy.



Non c’è transumanza senza tratturo, così come non c’è pastore senza cane, gregge senza pecore, cibo senza agricoltura.
Tutto è intensivo, perfino i pensieri, fabbricati in batteria per i polli del terzo millennio che consumano dogmi con la voracità di una locusta, senza guardare in faccia nessuno. Meno che mai la fronte del tempo che baceranno ispirandosi a Giuda Iscariota.
L’uomo evoluto ha bisogno della donna evoluta, della famiglia evoluta, e di figli evoluti.
Il cane non fa eccezione: se vuole stare al passo di questa evoluzione, deve evolversi anche lui, ma questa volta con l’assenso del nuovo Verbo, altrimenti il giudizio ricadrà sulle povere anime alle quali Caronte stesso non potrà fare fronte.
Al di qua, solo l'oblio.

Qui c’è chiasso, il mio cane riposa.
Nel mare c’è silenzio: prima o poi toccherà anche al mare.







Claudio Mangini